Uno studio promosso dal SUNIA, il sindacato degli inquilini, rivela nei numeri quanto già sapevamo. Si scopre che gli immigrati sono al primo posto tra i soggetti che sono costretti a pagare affitti irregolari con cifre molto più alte del prezzo di mercato: in media gli affitti degli immigrati sono superiori del 30 – 50%. Dei 4 milioni di immigrati che vivono in affitto, ben l’85% non hanno un regolare contratto registrato oppure riporta una cifra inferiore a quella effettivamente pagata. Tutto questo fa si che i proprietari complessivamente riescono ad evadere circa un miliardo di tasse. Il 70% degli immigrati affittuari ha un reddito inferiore ai 15.000 euro l’anno e, per far fronte ai costi dell’affitto, è costretto a convivere nella stessa abitazione con altri nuclei familiari. La notizia non è riportata da quei giornali che solitamente indicano gli immigrati come delinquenti e profittatori degli “italiani brava gente”, ma i risultati sono assai interessanti. A questo punto ci sarebbe da chiedersi senza ironia chi sono realmente gli irregolari, se gli immigrati o i proprietari di case. Mosaico dei giorni 14 luglio 2009 – Tonio Dell’Olio http://www.peacelink.it/mosaico/a/29927.html
L’anno scorso, Marwa, una musulmana di origine egiziana fu insultata da un tedesco, mentre stava giocando con il suo bambino di 2 anni in un parco. L’uomo le dette della ”terrorista”, “islamista” e così via.
In base alla sua denuncia, l’uomo fu multato di 780 euro. La frase che le aveva rivolto era stata considerata troppo pesante. L’uomo fece ricorso alla Corte d’appello di Dresda, e Mercoledì 1 luglio la causa fu portata davanti ai giudici. Erano presenti anche Ali, l marito di Marwa e il figlioletto di 3 anni . Ad un certo punto dell’udienza l’imputato si è gettato su Marwa e l’ha pugnalata 18 volte in meno di 30 secondi. Ali ha cercato di intervenire per proteggere la moglie, ma è stato pugnalato anche lui gravemente.
Due poliziotti che erano intervenuti hanno scambiato Ali per l’aggressore e gli hanno sparato una palottola in una gamba (con quella testa d’arabo lo era certamente…). Alla fine il tedesco aggressore è stato fermato e arrestato.
Marwa, è morta a causa di sue ferite nel cortile del tribunale. Era incinta! Anche il suo bambino di tre anni è rimasto ferito.
Le autorità parlano come al solitodell’ atto isolato di un pazzo…
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TRENTO - Un marocchino, disoccupato di 39 anni ha trovato per strada un portafogli con 15 mila euro e lo ha consegnato in questura. E’ successo a Trento. Abdessamad Nesmy – racconta il quotidiano L’Adige - stava aiutando un amico a caricare un furgone quando ha notato il portafogli per terra. All’interno c’erano 4.000 euro in contanti e alcuni assegni, per un valore complessivo di circa 15 mila euro. Non trovando alcun numero telefonico e non sapendo come contattare il proprietario, il nordafricano si è recato in questura. Gli agenti, quindi sono riusciti a risalire al proprietario, Claudio Tonetti, vicepresidente del Mezzocorona Calcio.
Tonetti, rassegnato alla perdita del portafoglio, di cui aveva denunciato la scomparsa, ha così potuto riottenere la somma e lasciare la giusta ricompensa al marocchino. «I soldi piacciono a tutti – dice Nesmy – ma io non prenderei mai nulla che non sia mio». E aggiunge: «Da febbraio sono disoccupato, per la crisi ho perso il lavoro come magazziniere, ma quei soldi non li avrei mai tenuti».
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Sconfitta a sorpresa contro i campioni d’Africa. Decide un gol di Homos di testa nel primo tempo. Nella ripresa quattro occasioni per gli azzurri, e una traversa di Iaquinta, ma El Hadary blocca i nostri attaccanti. Adesso servirà far risultato contro il Brasile.
JOHANNESBURG, 18 giugno 2009 – La Confederations Cup dell’Italia si complica parecchio. Gli azzurri in Sud Africa, nella loro seconda uscita, perdono contro i campioni del continente nero, l’Egitto, 1-0. Stavolta la rimonta – riuscita contro gli Usa – non arriva, nonostante le tante occasioni costruite nella ripresa e vanificate dal portiere avversario, tale El Hadary, che ha fatto il fenomeno. Ma l’Italia ha lasciato parecchio a desiderare sul piano della manovra, soprattutto nei primi 45’, sottoritmo e sottotono. E così è arrivato il secondo k.o. del Lippi bis, dopo il passo falso con il Brasile, proprio il nostro prossimo avversario. Che ora dovremo probabilmente battere, domenica a Pretoria, per guadagnarci le semifinali, e potrebbe addirittura non bastare in caso di arrivo di tre squadre a quota 6 punti. Entrerebbero infatti in ballo differenza reti e numero di gol segnati.
ROSSI CENTRAVANTI — Al fischio d’inizio subito una sorpresa: Rossi gioca centravanti. Una novità sostanziale, visto che Lippi è solito schierare in quel ruolo un giocatore di stazza: Gilardino, Toni o Iaquinta. Quagliarella, altra sorpresa della formazione, stavolta in assoluto, parte a sinistra, con il tuttofare Iaquinta esterno destro avanzato.
ANDAMENTO LENTO — Quello di inizio gara, con l’Italia che fa possesso palla, ma si rende pericolosa solo con tiri dalla distanza, due volte con il sinistro secco di Rossi, una con il destro potente di Iaquinta. Predominio territoriale, ma nulla di trascendentale. Nel frattempo Lippi modella la sua “creatura” neanche fosse di pongo. Rossi scala a destra (ma fatica a stare largo e tende ad accentrarsi con continui tagli), e Pirlo avanza dalla posizione di mezzala sinistra a quella di trequartista, in pratica dal 4-3-3 di partenza si passa ad un elastico 4-2-3-1, con Iaquinta centravanti. Ma non ingraniamo, al di là del modulo tattico.

- Il gol di Homos. Ap
EGITTO AVANTI — E così i campioni d’Africa prendono fiducia. E in due minuti prima fanno venire i brividi a Buffon, che alza sopra la traversa un tiro da fuori area di Rabbou, poi vanno in vantaggio. Sul conseguente angolo dalla destra Homos approfitta del mancato colpo di testa di De Rossi, che salta a vuoto, e di testa segna l’1-0. All’intervallo siamo sotto. Come contro gli Usa. E anche stavolta al termine di 45’ poco brillanti.
L’OCCASIONE — Si riparte senza cambi e con le posizioni di inizio gara. Gattuso resta in mutande dopo un contrasto. Il pubblico, appassionato, si diverte. Meno l’Italia, che si accende quando uno splendido lancio di Quagliarella trova Iaquinta in profondità: lo juventino controlla in qualche modo, poi calcia su El Hadary in uscita. Occasionissima sprecata.
LIPPI CAMBIA — Fuori Gattuso, dentro Montolivo. E ancora, fuori Rossi, dentro Toni. Continuiamo a faticare. Tanto, troppo. Pirlo ci prova su punizione: quasi gol. Ma non basta. Lippi prova l’ultima carta: Pepe sostituisce Quagliarella.

- El Hadary para tutto. Ap
PARATUTTO — Finalmente la gara si anima. L’Italia si sbilancia, le occasioni arrivano. Pepe entra subito in partita, e sforna cross dalla destra, su uno di questi Iaquinta gira a botta sicura, il portiere egiziano è bravissimo. Poi è Montolivo ad avere la palla buona: ancora El Hadary che fa il fenomeno. Ora però, finalmente, l’Italia c’è. Preme, attacca, crea. Questo El Hadary però non ha finito di stupire. Para ancora, e ancora su Iaquinta. La porta egiziana sembra stregata. Come dimostra l’incrocio dei pali del solito generoso Iaquinta nel finale. Non è serata. E perdiamo con l’Egitto.
dal nostro inviato
Riccardo Pratesi
www.gazzetta.it
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MILANO - Non solo non poteva partecipare, in quanto privo di cittadinanza italiana, al bando Atm per fare l’operaio al reparto manutenzione. Essendo anche marocchino, i rischi erano anche altri e molto gravi. E dunque è un bene che il Regio Decreto del 1931, contestato dalla difesa di Mohamed Hailoua e messo pubblicamente in dubbio dallo stesso presidente dell’azienda Elio Catania, abbia messo certi paletti. Lo sostiene la memoria difensiva di Atm depositata dagli avvocati Alberto Rho e Claudia Muro al Tribunale del lavoro contro il ricorso presentato un mese fa dai legali del diciottenne Hailoua. Un ricorso marchiato come “sensazionalistico”, un “processo alle intenzioni”.
Il passaggio chiave è a pagina 41 del documento: “Il servizio di pubblico trasporto involge delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. È proprio di questi giorni la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi magrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006″. E ancora: “Il legame personale del cittadino allo Stato dà maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica”. Potenziale terrorista, dunque. E non conta che il posto di lavoro in questione non sia quello, delicato, del conducente. “Un’analoga delicatezza – si legge ancora – deve rinvenirsi, altresì, nell’attività di chi opera manutenzione dei mezzi, o di chi svolge, su di essi, comunque attività di tipo tecnico”. Potenziale sabotatore, infine.
Una tesi destinata a sollevare ulteriori polemiche, anche se Atm, ieri sera, provava a smorzare i toni con una nota. La memoria è solo “un documento tecnico che ha come obiettivo quello di dimostrare l’azione temeraria contro l’azienda”, che peraltro si dichiara “disponibile ad una revisione costruttiva del Regio Decreto che possa aprire il mercato del lavoro anche a soggetti extracomunitari per dare la possibilità, ad esempio, ad un cittadino giapponese di lavorare in un Atm Point per dare supporto” durante l’Expo.
In difesa dell’azienda si schiera il vicesindaco De Corato: “Le accuse di razzismo sono assurde, è un’operazione studiata a tavolino per farsi un po’ di pubblicità. Atm rispetta una legge dello Stato dettata da ragioni di sicurezza. E che gli ultimi inquietanti episodi su progetti di attentati islamici nella metropolitana inviterebbero a non modificare”, sempre in ottica Expo. Ma quanto al terrorismo, è lo stesso procuratore aggiunto Armando Spataro a puntualizzare: “La metropolitana milanese non ha corso alcun rischio nel 2006 poiché, più che un piano per un attentato, l’inchiesta della Procura di Milano ha posto in luce solo l’esistenza di un vago progetto, mai entrato neppure nella fase preparatoria”.
www.repubblica.it
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La ragazza marocchina: «Non ci faccio più caso, sono stati i colleghi a volermi difendere»
| Yamna Amellal, la ragazza marocchina che lavora alla biglietteria della Reggia di Venaria Reale (Emmevi) |
TORINO - Ieri i ragazzi della biglietteria, le guide, gli addetti alla sicurezza — insomma tutto il personale della Reggia di Venaria — si sono presentati al lavoro indossando veli e kefiah. Una protesta e, allo stesso tempo, una manifestazione di solidarietà per una loro collega marocchina, Yamna Amellal, di 35 anni. Il perché dell’iniziativa lo spiega Michele Francabandiera, 29 anni e da cinque uno di responsabili alla reception del castello sabaudo: «Yamna è con noi dal 2007, sempre dietro lo sportello, e fa bene il suo lavoro. Ma il fatto che sia musulmana e indossi il velo ha provocato delle proteste da parte dei turisti».
Un susseguirsi di episodi imbarazzanti e, venerdì scorso, una lettera anonimapubblicata sulla Stampa: «Mi sono presentata alla biglietteria della Reggia di Venaria, storica residenza di Casa Savoia e mi ha colpito non poco notare — ha scritto una visitatrice torinese — che fosse presidiata da due donne islamiche, una addirittura con il velo in testa. Non sarebbe più corretto che il personale indossasse abiti d’epoca dei Savoia? Quella presenza, invece, era decontestualizzata, fuori posto». La risposta del direttore della Reggia, Alberto Vanelli, è stata decisa ma articolata: «Io non ci trovo nulla di male, l’integrazione passa anche attraverso queste cose. Però confesso che, la prima volta che l’ho vista, ho avuto un attimo di perplessità. Già in passato ci è stato fatto notare che sarebbe stato più opportuno avere personale con profonde conoscenze della storia sabauda, ma l’assunzione è avvenuta tramite il Collocamento e una cooperativa di servizi».
Una guida, Sabrina Soccol, 28 anni, aggiunge: «La donna che ha scritto la lettera non si è neppure accorta che l’altra ragazza da lei indicata come islamica è invece italiana, calabrese…». A gettare acqua sul fuoco, il presidente del consorzio che amministra la Reggia, l’ex direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce: «L’opinione della signora, espressa in toni pacati e non oltranzisti, è da rispettare. Allo stesso modo la manifestazione dei colleghi della ragazza marocchina è stata altrettanto legittima e civile. Insomma, non siamo di fronte a un episodio di razzismo come quando l’intera curva di uno stadio insulta Balotelli». A storcere il naso, però, non è stata solo l’anonima lettrice. I colleghi della ragazza marocchina raccontano di episodi di razzismo («Torna a casa tua»; «Quel velo è una provocazione, sono tutti terroristi») e proteste quotidiane: «Spesso capita che qualcuno, per non acquistare il biglietto da Yamna, cambi fila — confida Sabrina Soccol —. E io, che accompagno i gruppi in visita, lo sento: c’è sempre chi commenta negativamente». Ieri, dunque, la protesta. In biglietteria, le colleghe di Yamna si sono presentate con un velo sul capo, i colleghi hanno indossato la kefiah. Ma i gesti di solidarietà hanno contagiato anche agli altri dipendenti (70 persone) delle due cooperative (la Copat e la Rear) che gestiscono i servizi turistici nel castello. «Noi hostess — dice Michela — abbiamo una divisa che prevede un foulard al collo: ce lo siamo messo tutte in testa».
Alla Reggia si è visto il vicesindaco della città, Salvino Ippolito: «Non possiamo discriminare nessuno per motivi religiosi e inoltre la ragazza fa bene il suo lavoro». Lei, Yamna Amellal, sposata con un pakistano, originaria di Khenifra in Marocco, vive a Torino da 5 anni e, per tutta la giornata, è sempre rimasta seduta al suo posto, a staccare biglietti: «A queste cose io quasi non ci faccio più caso, ci sono i miei colleghi a difendermi, è quasi come stare in famiglia. Lavoriamo in un bellissimo luogo e crediamo nella libertà e nella tolleranza. Togliermi il velo? Non ci penso proprio, rappresenta la mia fede. E io sono islamica qui come in qualunque altro posto».
Marco Bardesono
31 maggio 2009
www.corrieredellasera.it
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12.3721/05/2009
Immigrati di seconda generazione: ”Bomba a orologeria o brillanti talenti?”
Il sociologo dell’università di Milano Maurizio Ambrosini spiega i 5 modelli di integrazione: da quello assimilazionista nella variante pessimista a quello del post-modernismo
ROMA – Sono 760 mila in Italia i minori di origine immigrata, dei quali 450 mila sono nati su suolo italiano, mentre gli altri, per la maggior parte sono arrivati per ricongiungimenti familiari. Stretti tra una forbice che li confina nei medesimi ambiti svantaggiati in cui avevano trovato posto i loro genitori e le proprie aspirazioni soggettive di miglioramento che stentano a trovare sbocchi nei mercati del lavoro segmentati e condizionati dal capitale sociale di partenza. E’ questo il ritratto che fa questa mattina Maurizio Ambrosini, docente dell’Università di Milano e membro del Centro studi Medì-Migrazioni nel Mediterraneo di Genova, dei giovani della seconda generazione dei migranti durante il convegno “Né stranieri né ospiti, ma cittadini”, in corso a Roma presso l’Istituto salesiano del Sacro Cuore, organizzato dalla federazione Scs/Cnos-Salesiani per il sociale.
Per il docente universitario esistono cinque diversi modelli di integrazione: quello assimilazionista nella variante pessimista; quello neo-assimilazionista; quello della prospettiva strutturalista; quello a matrice costruzionista e quello del post-modernismo. Nel primo caso si parla di una visione secondo cui le seconde generazioni dovrebbero integrarsi il più rapidamente possibile nella cultura e nella società del paese che le accoglie e poi, spiega Ambrosini “se rappresentano un problema sociale, questo deriva da un deficit di socializzazione: non avendo introiettato i giusti valori, non hanno imparato a vivere secondo le regole della società d’accoglienza, e quindi tendono a formare un mondo a parte, incapsulato ed estraneo all’ambiente circostante”. In questa visione i ragazzi sono “una bomba sociale ad orologeria – sottolinea il docente – pronta a scoppiare al centro della società degli autoctoni”.
Il secondo modello invece lascia cadere i presupposti normativi ed etnocentrici del passato, ma ribadisce che l’assimilazione, in termini di apprendimento della lingua, di dispersione nei vari ambiti del mercato del lavoro, di matrimoni misti, e così via, continua ad avvenire, nel passaggio da una generazione all’altra.
“In questo senso – spiega Ambrosini – le seconde e terze generazioni scaturite dall’immigrazione si assimilano, nel senso che diventano sempre più simili alla popolazione nativa”. Esiste poi il modello della prospettiva strutturalista, che dà voce al disagio dei giovani delle seconde generazioni: in questa teoria i figli lottano contro l’accettazione da parte dei padri, a lungo percepiti e autorappresentati come immigrati temporanei, dei lavori umili e precari del settore secondario del mercato del lavoro. “Se non hanno successo nella scuola, e se non riescono a trovare spazio nel mercato del lavoro qualificato – sottolinea il docente spiegando la prospettiva strutturalista – i giovani provenienti da famiglie immigrate rischiano di alimentare un potenziale serbatoio di esclusione sociale, devianza, opposizione alla società ricevente e alle sue istituzioni”.
La quarta impostazione è invece più prettamente psicologica: il contrasto tra seconde generazioni di migranti e prima si risolve nella proiezione di un “classico timore della società adulta nei confronti dei giovani: il timore che non accettino d’introiettare e di riprodurre l’ordine sociale esistente. In questo senso – afferma Ambrosini – il timore cresce quando si tratta di giovani di condizione popolare, per definizione svantaggiati nella distribuzione dei benefici dell’appartenenza alla società e dunque più inclini all’insoddisfazione e al ribellismo”.
L’ultimo modello infine è quello post-moderno in cui i giovani di seconda generazione diventano “gli alfieri della costruzione di nuove identità sociali, fluide, ibride, sincretiche e dunque i promotori di processi d’innovazione culturale nel segno del cosmopolitismo e del multiculturalismo quotidiano. Il limite però – sottolinea il docente – è che si creino delle derive estetizzanti: le seconde generazioni diventano un icona culturale che attrae ed emoziona le raffinate élite cosmopolite delle società occidentali, sempre alla ricerca di sensazioni inusuali e atmosfere suggestive. Ma sorge la domanda: a che prezzo? Quanti rimangono dispersi lungo la strada o emarginati nei ghetti, per consentire ad un ristrettissimo numero di brillanti talenti di arricchire la nostra vita culturale?”.
Per Ambrosini importante infine è la funzione della religione come ‘camera di compensazione’: “chiese e organizzazioni a base religiosa (educative, mutualistiche, ricreative) hanno consentito agli immigrati di adattarsi al nuovo contesto di vita senza perdere il rapporto con le loro radici identitarie e con le reti sociali dei connazionali”. Ma non solo: le religioni non si limitano a sostenere le famiglie nel compito di conservare e trasmettere l’identità “etnica” , ma contribuiscono a trasformarla, influenzando le modalità con cui gli immigrati si adattano e si trasformano nel processo di inserimento nelle società riceventi. (Marta Rovagna)
© Copyright Redattore Sociale
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Davvero toccante rileggere ora, dopo la tragedia in Abruzzo, le parole di Saviano nel libro “Gomorra”. Aprite a pagina 236 e leggete:
Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto.Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova.
Indovinate da chi è stato costruito il nuovo ospedale dell’Aquila venuto giù come fosse di cartapesta?
Impregilo! Si, sempre lei.
La stessa che ha causato l’emergenza rifiuti a Napoli.
La stessa che è riuscita a incrementare esponenazialmente le spese per i lavori della TAV con i quali ha causato danni ambientali enormi. (Vedi: Video delle Iene)
La stessa che lavora sulla Salerno-Reggio Calabria e proprio in questi giorni ha chiesto e ottenuto un prolungamento della consegna dei lavori di altri tre anni, ottenendo ovviamente altri fondi. (
Leggi la notizia
E’ l’Impregilo che ha costruito l’ospedale San Salvatore dell’Aquila caduto come se fosse di cartapesta. (Link
Chi diavolo è questa società dell’enorme potere che sta devastando la nostra terra?
Anche questa volta nessuno parlerà di lei?
Anche questa volta la passerà liscia?
Rabbia. Rabbia. Rabbia.
PS: Se per qualcuno la prima fonte non fosse sufficiente segnalo che basta andare sul sito dell’Impregilo e ricercare “Ospedale” per leggere:
Oppure ricercare direttamente “San Salvatore” per leggere:
Tra le acquisizioni effettuate giova ricordare:
Autopista Oriente Poniente (Cile), RSU Campania, Rio Chillon (Perù), Ospedale St. David’s (Inghilterra), Chattahoochee tunnel e Laboratorio Fermi (Stati Uniti), Strada Ebocha-Ndoni (Nigeria), Ospedale San Salvatore (L’Aquila) e ristrutturazione Hyatt Hotel (Milano)
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WASHINGTON (AFP) – President Barack Obama will make his long-awaited address to Muslims in Egypt on June 4, accelerating his bid to mend the US image in the Islamic world from an epicenter of Arab civilization.
The speech, fulfilling an Obama campaign promise, will focus on how Americans and Muslims abroad can secure the “safety and security” of their children in a more hopeful future, Obama spokesman Robert Gibbs said.
The trip, certain to unfold amid a massive security operation, will come as Obama tries to ignite stalled Middle East peace efforts, and will represent his most significant attempt yet to engage the Muslim world.
Arabs and Muslim believers across the world have been alienated by the war in Iraq, abuse of prisoners at Abu Ghraib jail outside Baghdad and the Guantanamo Bay ”war on terror” camp which Obama has ordered closed.
Gibbs said that the exact venue for the speech had yet to be decided, but most speculation will center on Cairo, the capital of Egypt, the most populous nation in the Arab world.
“On June 4, the president will give a speech in Egypt. The speech will be about America’s relations with the Muslim world,” Gibbs said.
He added that there were no plans for Obama to make any further stops in the Middle East during the visit, which will precede a trip to France and Germany focusing on World War II commemorations.
The president promised during his 2008 election campaign to make a speech at a major Islamic forum within the first 100 days of his administration which ended last week, but the timetable slipped for logistical reasons.
He did however make a speech in the Turkish parliament last month, during his first presidential visit to a Muslim-majority nation, declaring the United States was not at war with Islam, and noting his own partly Muslim heritage.
As Obama tries to kick start Middle East peacemaking, the visit will follow trips to Washington by Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, Egyptian President Hosni Mubarak and Palestinian leader Mahmud Abbas.
Obama is also trying to coax sworn US foe Iran to the negotiating table in a bid to halt the Islamic state’s nuclear program.
Gibbs defended Obama from claims that by choosing Egypt, where the State Department says there are “significant restrictions on the political process and freedom of expression” the US president was watering down US support for democracy promotion abroad.
“It is a country that in many ways represents the heart of the Arab world,” Gibbs said. “I think it will be a terrific opportunity for the president to address and discuss our relationship with the Muslim world.”
Obama last month reached out to Muslims from the well of the Turkish parliament.
“You cannot put out fire with flames,” Obama said, arguing that brute force alone could not thwart extremism as he sent a flurry of coded messages throughout the Middle East.
Obama, who spent part of his childhood in Indonesia, and is the son of a Kenyan father of Muslim heritage, drew on his own biography as he sought to forge new trust with the Islamic world.
The president said US ties with Islam could not be simply defined by opposition to terrorism, decades into a US struggle with extremism that was sharpened by the September 11 attacks in 2001.
“The United States has been enriched by Muslim Americans. Many other Americans have Muslims in their family, or have lived in a Muslim-majority country — I know, because I am one of them.”
Within days of taking office in January, Obama launched his effort to engage the Muslim world by granting an interview with the Al-Arabiya television network.
“Obama has created a combination of curiosity and excitement throughout the Middle East,” said Jon Alterman, the director of the Middle East Program at the Center for Strategic and International Studies here. “He embodies change in a region where many people are terribly thirsty for political change.”
The White House also said Friday that Obama will visit the German city of Dresden and the former Nazi death camp at Buchenwald in June 5, before traveling onto D-Day commemorations in France.
Obama’s great-uncle, Charlie Payne, took part in the liberation of part of the Buchenwald camp in 1945 with the US Army, but Gibbs said it was unclear whether he would travel with the president.
Payne was a private in the 89th Infantry Division during World War II when he took part in the liberation of Ohrdruf, a forced-labor camp that was part of Buchenwald.
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